Rosaria Matarese: dal tempio tibetano a un’ironia “sberleffante” (da ildenaro.it)

Da un’intervista di Ilaria Sabatino su ildenaro.it

“La pittura, la scultura, l’incisione sono i cardini, l’inizio di una visione ancora più aperta dell’arte o di un mondo a molti ancora sconosciuto. Sono molte le domande che ci si pone dinanzi ad un’opera d’arte, ancora di più dinanzi ad un’opera d’arte contemporanea, e a molte di esse non vi sarà mai un’unica risposta. Perché l’arte, un bel film, un’opera teatrale, un libro, molto spesso ti aprono a nuove riflessioni e ti lasciano con tante domande. Questo è quello che faremo, oggi, con l’artista Rosaria Matarese, sempre attenta all’universo della contemporaneità e alle sue contrapposizioni sociali, alle sue molteplici maschere, una semplice chiacchierata. In un periodo in cui tutto corre sul web e non c’è vita sociale, noi ci siamo fermate e abbiamo parlato di arte!

Venendo dall’Accademia, considerata in quel periodo un tempio tibetano, com’è avvenuto il passaggio all’informale materico?

Proprio perché era considerato un tempio tibetano, chi aveva voglia di crescere come me, doveva uscirne e quindi dal figurativo “rinfrescato” del Maestro Giovanni Brancaccio, ho cominciato a rifiutare e a cercare in maniera autonoma come è giusto che sia.
Uscendo da quel tipo di insegnamento ho cominciato a voler utilizzare materiali nuovi, cose diverse da quelle che usavo nell’Accademia, dove più o meno ero solita usare il pennello e la spatola. Infatti, delle mie opere datate già nel 1963, ho finito nel 1962 l’Accademia, già avevano “appiccicato” sopra delle spugne strane raccolte dal mare, fogli di oro, pezzi di legno, stoffe, ritagli fotografici, impasti di colore. Voglio dire, tutte queste cose nelle mani di Brancaccio non avrei potute farle, quindi appena mi sono liberata, rispettosamente, perché gli insegnamenti mi sono serviti, anzi forse mi sono serviti molto di più, che se avessi avuto un’insegnante che ti faceva fare di tutto, dopodiché ti svuota pure. Invece, uno che ti costringe a fare il figurativo, come giusto che sia, ti spinge di più a voler crescere! Credo che adesso, forse, si permette un po’ troppo, per cui gli levi pure il desiderio di fare il passo oltre, come se avessero già saggiato tutti i passetti, scopiazzandosi l’uno con l’altro, ma senza avere quel desiderio interno di mettersi alla prova con se stessi. Questo credo che a molti di noi è successo, per lo meno a quelli del mio periodo, abbiamo tutti fatto un passo in avanti e questo grazie al tempio. Anche dopo il 1963, nel 1964, comincio ad usare gli scatoli con oggetti di uso quotidiano, comune, come bicchieri, plastiche strane. Anche perché negli anni sessanta, la plastica era già una grossa novità, ho usato la plastica verde fluorescente in molte occasioni, era eccitante da vedersi essendo una cosa mai vista fino allora. Dopo l’informale materico, in cui ho iniziato, come ho detto, ad aggiungere alle opere oggetti, “cose” trovate, fino a fare un passo oltre ed ho lavorato alle “strutture spettacolo”, così chiamate da Luciano Caruso, che in qualche misura mi seguono ancora oggi, con tecniche espressive diverse. Ed è proprio vero che erano strutture spettacolo, perché all’inizio questi scatoli con delle cose all’interno che giravano, si muovevano a mano, poi pian piano negli anni ‘65/’66, fino ad arrivare al 1967, con l’opera La camera per amare, c’è un’evoluzione, l’aggiunta di un meccanismo che le fa muovere. In quest’opera, c’è un oggetto che ti coinvolge completamente, come la ruota. Ho fatto entrare il personaggio, all’interno di questo enorme cilindro di due metri di diametro, questo personaggio premendo dei pulsanti che aveva sotto i piedi, metteva in moto il pavimento, che era mosso da un motorino per lavatrice, questo pavimento a ruota girava continuamente facendo muovere in maniera bestiale tutte queste plastiche fluorescenti, che erano a forma di donna. Quindi questi semini sbattevano, il corpo sbatteva tutto e tu ti ritrovavi chiuso, in questo ambiente, che attraverso un semplice pulsante ti ha coinvolto completamente, perché una volta entrato, la parte di sopra era chiusa, chiudevi la porticina alle spalle, dalla quale eri entrato. Quindi rimanevi tu solo chiuso in questo enorme cilindro, il cui pavimento ti girava vorticosamente intorno, là entra di mezzo, oltre la struttura spettacolo, anche una sorta di coinvolgimento totale di teatro. Nelle mie opere trovi sempre un richiamo all’erotismo, alla parodia, all’umorismo e alla provocazione. Esse devono coinvolgere lo spettatore sia visibilmente sia linguisticamente.

Chi erano e cosa denunciavano gli artisti dell’anarchica Neoavanguardia?

Tutti quelli, sempre usciti dal tempio tibetano, che avevano voglia di fare esperienze nuove a livello internazionale, come infatti avveniva nel gruppo di Linea Sud, sto pensando, che proprio per merito del “tempio” è nata quella che tu chiami anarchica avanguardia! Non c’era un manifesto, ma un lavoro a livello internazionale perché in quel momento i giovani di Linea Sud, Baldo Diodato, Lucio Del Pezzo, Mario Persico, Enrico Bugli, Stelio Maria Martini e Luciano Caruso, che è entrato nella rivista nello stesso mio periodo, avevano dei rapporti internazionali, rendendo tutto ciò molto interessante. Quindi non era chiuso e ristretto in ambito napoletano, ma c’erano rapporti anche, e soprattutto, dal punto di vista lavorativo. Hanno fatto molte mostre in Germania, questo per sottolineare che il rapporto era a livello internazionale e non si era chiusi, peggio ancora, intorno al tempio tibetano. Anzi, potremmo dire onore al tempio tibetano, se una serie di giovani artisti è riuscita a fare il passo in avanti, ad uscire da quella che potremmo definire chiusura. Infatti, quelli che ne sono usciti ed avevano realmente voglia di crescere sono stati anche spinti da questa chiusura. Sicuramente questa forma di chiusura, credo, abbia fatto crescere i desideri, ci ha spinti a voler capire di più, capire meglio, uscire dal guscio.

L’artista e l’arte di Rosaria Matarese oggi?

L’artista, ovvero io, ho ventiquattro anni, ancora oggi, sempre con una voglia di sperimentare e di crescere, mantenendo retta la spina dorsale, come disse Vitaliano Corbi, senza mai piegarla per seguire mode comode o peggio commerciali. L’arte di Rosaria Matarese, oggi, credo che abbia le stessissime caratteristiche di ieri, attenta al sociale, al politico con un tocco di ironia sberleffante! “Rosaria Matarese è napoletana e quindi abbastanza caricata di quella filosofia di vita che ha sempre ridotto la realtà a realtà inscenata! (da “la camera per amare di Rosaria Matarese” di Germano Beringheli sul lavoro di Genova 1968). Una frase che mi sono cucita addosso, perché in fondo dal 1967 ad oggi non è cambiato niente, nel senso che sono cambiate le tecniche, sono cambiati gli argomenti, però l’intenzione di fare il quadro, di quinta da teatro diciamo. Prima gli scatoli si dovevano aprire chiudere etc. adesso anche negli ultimi miei lavori c’è una cornice così strombata, che ricorda una quinta teatrale. Quindi è sempre un po’ lo stesso discorso e cioè attirare l’attenzione, del cosiddetto spettatore, per fare in modo che lui stesso entri nella mia opera d’arte e ne prenda coscienza. Altre opere che sono del 2015, sono proprio di questo tipo, perché sono strombate in maniera abbastanza evidente, richiamano le finestre strombate del trecento, non sono piatte, schiacciate, sono proprio dei grossi scatoli, che, come dicevo prima, sembra una quinta di teatro. All’interno delle mie opere c’è sempre un aggancio alla storia dell’arte, ci sono delle citazioni. L’effetto un po’ teatrale è dal 1967 che mi segue, la voglia di sperimentare e di ricercare è sempre la stessa non è cambiata negli anni. Inoltre in questo periodo di chiusura forzata, sto leggendo e scrivendo dei pezzi per rendere più “degustabili” le mie opere, l’ho già fatto negli anni passati, ma durante questo tempo sospeso, spiazzato non potendo acquisire materiale, sto scrivendo questi pensieri, un po’ in tropici per rendere un pochino più pregnante, più divertente la degustazione delle mie opere.”

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