Partartemide al Museo Archeologico Nazionale di Napoli

 

 

Partartemide

da http://www.archeona.beniculturali.it/eventi-della-soprintendenza/partartemide

Il Museo Archeologico di Napoli apre al pubblico, da giovedì 10 dicembre 2015, alle ore 17.00 la mostra “Patartemide” di Rosaria Matarese a cura di Dario Giugliano

Qui Rosaria Matarese sfida la permalosità di Artemide. Per esempio, la spoglia facendo violenza alla sua indole, perché la figlia di Zeus, nonostante fosse presumibilmente bella quanto il suo gemello Apollo ‒ che proprio lei, neonata, aveva aiutato a venire alla luce ‒, non sopportava di essere vista nuda. Un giorno, resasi conto che Atteone se la guardava rapito mentre lei si concedeva un bel bagno sul Citerone, lo trasformò in cervo, così che il principe tebano fu subito sbranato dai suoi stessi cani. E la medesima sorte sembra sia toccata al cretese Siproìte. Altri terribili delitti vengono attribuiti alla collerica e selvaggia cacciatrice (a Roma lei è Diana), capace addirittura di aver la meglio su più di un gigante. E anche alcuni significativi capricci: aveva tre anni quando manifestò al padre il desiderio di restare vergine per la vita; come gli chiese, pure, quante più città potesse darle, e numerosissimi appellativi, e specialmente tutti i monti, che voleva come casa per vagarvi quale personificazione della Luna.

Era venerata in tanti luoghi del mondo greco, però il più famoso dei suoi santuari – quell’Artemision che fu una delle sette meraviglie del mondo e secondo Pausania il più grande degli edifici – era a Efeso, sulla costa dell’attuale Turchia: ma lì aveva “assimilato” un’antica divinità asiatica della fecondità e preso quell’aspetto particolarissimo che ha la statua del nostro Museo, con la complessa iconografia che nulla ha a che vedere con quella dell’Artemide con arco e frecce.

Se fossimo stati invitati a indovinare su quale opera antica “Occhio” di Rosaria Matarese si sarebbe volentieri posato, avremmo detto proprio l’esuberante Efesia, nota da monete di quella città e da diverse copie, tra le quali eccelle quella farnesiana in alabastro e bronzo del MANN, dove giunse da Roma priva di testa e altre parti che Albacini e Valadier provvidero a rifare.

La statua è troppo conosciuta perché la si descriva qui, e troppo si è detto sul rompicapo mammelle-scroti di toro-altro, ben noto a Rosaria Matarese, per soffermarvisi ancora: d’altronde, se lo facessimo, non saremmo neppure in sintonia con la patafisica immaginativa dell’autrice, rivendicata già col titolo scelto per la mostra: che comprende quattro grandi sculture dipinte “eccessive” quanto la loro antica ispiratrice, osservate, da una parete minore della sala, da “Occhio”, di cui prima dicevamo: operina ‒ solo per il formato ‒ che si gode la scena stando lì, per un nostro suggerimento accolto prontamente, anche a ricordare un elemento del repertorio dell’artista, che sguardi e occhi popolano numerosi.

“Luna Park” e “L’arte è un gioco” sono titoli di due mostre degli anni Sessanta cui Rosaria Matarese partecipò a inizio carriera: indicano uno dei versanti più significativi lungo cui si muove la sua ricerca, nella quale il ludico ha dovuto però più volte cedere il passo finanche al tragico o mescolarvisi, per l’urgente confronto con temi ai quali le è evidentemente impossibile restare indifferente. A quel versante non è affatto estranea questa esposizione, dove però trovano spazio altri suoi ricorrenti contenuti: il corpo, per esempio; o il femminile.

E le cose esibite ben sintetizzano pure il suo linguaggio, spesso visionario creatore di “macchine”, stupefacenti talvolta fin dal titolo (qui al MANN incontriamo “Macchina patafisiecologica per la produzione del latte… O no?”): nelle quali può esserci posto per tutte le materie e ogni sorta di oggetto: il più sorprendente e il più vile, quest’ultimo accolto come è stato trovato, o esaltato semmai da una sgargiante doratura.

Marco De Gemmis

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